"Lettera pastorale"
sui buoni Vescovi

Le lettere pastorali sono quelle lettere che i Pastori inviano alle loro pecorelle spirituali; ora oso comporne io una sui Pastori stessi. Nel corso della mia carriera di giornalista vaticanista ho conosciuto molti Vescovi e Cardinali. Per lo più erano uomini di straordinario calibro che svolgevano la loro missione nella nostra Chiesa con dignità e spesso anche con entusiasmo. Non vorrei parlare quindi dei pochi che ricordo con angoscia e orrore, perché voglio serbare rispetto per un compito, quello del giudizio, che è riservato solo a Dio o ai Suoi vicari sulla Terra.

Un giorno mi trovavo a Passo Corese, un paesino del Lazio, dove ero invitato a pranzo presso una comunità religiosa. A tavola sedeva un uomo gagliardo sulla sessantina molto inoltrata, abbigliato con una veste abbastanza logora e una croce sul petto, una di quelle che si possono trovare in qualsiasi negozio di souvenir a pochi soldi. Il sorriso di quell’uomo mi affascinava come mi affascinava il suo carisma. Gianni Sgreva, un padre passionista del Norditalia, me lo presentò e così conobbi finalmente l’uomo che fino a pochi anni prima era stato il Vescovo della nostra Diocesi,  Nicola Rotunno. Sapevo della sua storia un po‘ particolare dai racconti di amici e conoscenti delle nostre parti. Ora questo uomo di Chiesa stava davanti a me e stentavo a crederlo. Era “Don Nicola”, come gli piaceva farsi chiamare, con molti anni di servizio diplomatico vaticano alle spalle e che aveva servito la nostra Chiesa come Nunzio Apostolico in Siria e in Sri Lanka. Il fascino che quell’uomo sprigionava strideva marcatamente con le storie e le chiacchiere che avevo sentito sul suo conto nel corso degli anni. La sua semplicità era disarmante e quel giorno stesso diventammo amici spirituali. Di tanto in tanto lo accompagnavo in ospedale dove doveva fare la dialisi tre volte a settimana, inizialmente con la sua vecchia mercedes piuttosto sgangherata e poi come conducente visto che la sua salute frattanto non consentiva altre soluzioni.

Chi sa come spesso mi sono espresso sulla curia vaticana potrà bene immaginare che abbia approfittato per tartassarlo di domande a bruciapelo per saperne di più, visto che Nicola Rotunno aveva lavorato a lungo nella Segretaria di Stato e doveva conoscere perfettamente i meccanismi del Vaticano. Dai miei amici avevo sentito che come Vescovo della sua Diocesi aveva “fallito” e che era stato sollevato dall’incarico dal Papa incalzato dai sacerdoti della stessa. Quell’uomo di Chiesa non voleva tornare sulla sua storia. Ogni volta che – montati in macchina – provavo a prendere l’argomento, ricevevo in tutta risposta: “Avemaria, piena di grazia…” e il rosario che recitava durava esattamente il tempo che occorreva per raggiungere l’entrata del Gemelli. “Mamma mia”, pensavo dentro di me sulla strada del ritorno da Roma a Passo Corese: un altro rosario da 150 Avemaria…

Che cosa intendo dire? Taceva commisuratamente al dolore inflittogli dal Vaticano e dai suoi stessi sacerdoti, ma un giorno mi disse: “Manfred, non criticare la nostra Chiesa perché è la nostra Mamma“. Essendo io un giornalista d’inchiesta recepii un po’ contrariato quel tipo di risposta, ma non mi restava altro che accettarla. Nicola Rotunno non viveva più nel Palazzo episcopale di Sabina-Poggio Mirteto ormai da molto tempo; aveva trovato dimora nella piccola comunità dell’“Oasi della Pace”. Quando andavo a trovarlo non occorreva neppure che lo cercassi: era sempre nella cappella … e pregava, recitava il rosario. Un giorno ebbi l’opportunità di incontrarlo nel suo luogo natio nell’Italia meridionale. Mi resi conto di quanto era amato e venerato dalla sua gente. Oggi è sepolto lì e la sua domestica di una vita una volta

mi ha confessato che una notte aveva aperto la sua stanza da letto per vedere se andava tutto bene e rimase sconvolta dal fatto di vedere che il capo di lui era circondato come da una corona di raggi: un (Arci)vescovo in odore di santità da poter invocare nella festa di Ognissanti e che per me è diventato il prototipo del pastore che ama Dio e la Madre di Dio sopra ogni cosa come loro amano lui.

Un altro Vescovo mi ha colpito per la sua semplicità e nel suo essere intimamente timorato di Dio. Era Mons. Pavel Hnilica, un prelato della Slovacchia che aveva trovato la sua patria d’elezione a Roma. Anche da lui avrei voluto sapere tante cose, ma è rimasto “impassibile”. Sapevo che Papa Giovanni Paolo II gli voleva tanto bene e che era colpito dal suo coraggio. Quando il Pontefice polacco effettuò la consacrazione della Russia al cuore immacolato di Maria, Pavel Hnilica si era recato a Mosca e nel “Museo dell’Ateismo” (il Cremlino), all’oscuro dei vigilanti, coperto da un giornale aveva celebrato una messa con tanto di consacrazione alla Madre di Dio in epilogo. La sua fede era talmente profonda, che spesso si comportava in maniera eccessivamente ingenua e così accadde che a un certo punto fu coinvolto in un crimine che rovinò radicalmente la sua reputazione nella Chiesa. Un giorno un emissario del faccendiere Michele Sindona andò da lui asserendo di essere in possesso della ventiquattrore del banchiere Roberto Calvi nella quale sarebbero state contenute tutte le prove che il Vaticano non era coinvolto negli affari del Banco Ambrosiano. Il caro Vescovo gli credette e diede a quell’uomo un assegno in bianco in modo che questi fosse in grado di pagare i giornalisti che pubblicassero la storia. L’assegno, emesso dalla banca vaticana ossia dallo I.O.R. (Istituto per le Opere Religiose), passò di criminale in criminale, fece un ampio giro e infine approdò in un istituto di credito romano, il Banco di Roma, per evadere l’incasso del corrispettivo di 600.000 Euro di oggi, ma non poté essere liquidato in quanto il pio uomo sul conto aveva solo circa 20.000 Euro. Nell’ambito di una retata della Polizia, fu trovato lo sventurato assegno e il Vescovo Hnilica accusato di truffa e di appropriazione indebita di documenti in quanto – in luogo della famigerata ventiquattrore del “banchiere di Dio” - ricevette solo qualche fotocopia attestante transazioni finanziarie irregolari del Vaticano che vennero prontamente rinvenute dalla Polizia nella cassaforte del Vescovo. Serbo ancora bene a memoria il processo: nei posti infondo della sala del tribunale sedevano un gruppo di donne e uomini che pregavano nell’intento di dare supporto spirituale al Vescovo sotto accusa. Pavel Hnilica ne uscì fuori con una pena detentiva piuttosto lieve che non dovette mai scontare e solo molti anni dopo fu prosciolto in ultimo grado in “mancanza di prove”. Ai responsabili in Vaticano, e in particolare al Cardinale Agostino Casaroli, dovevano essere venuti i capelli bianchi e pertanto il Vescovo un po’ sprovveduto fu costretto a rilasciare una dichiarazione ufficiale nella quale asseriva di aver agito in carenza di mandato dal Vaticano. Chiunque conosceva quale amorevole lealtà costui nutrisse nei confronti della Chiesa, come anche la circostanza che era stato ordinato Vescovo segreto nella sua patria e che era stato recepito nei ruoli ufficiali del Vaticano (ossia nell’Annuario Pontificio) senza menzione della data di ordinazione. I gesuiti, suoi confratelli (poiché lui apparteneva a quell’ordine) erano talmente infuriati sul suo conto che presero a “denigrarlo” a tempo indeterminato e ne ammettevano l’appartenenza all’ordine solo con molta ritrosia. Tuttavia quando a uno dei Vescovi slovacchi segreti venne conferita la porpora, il Vaticano “nolens volens” dovette recepire la data dell’ordinazione episcopale di Hnilica nell’Annuario; infondo era stato consacrato da “Don Paolo” (il nome che peraltro assunse) … Anche questo Pastore sarà sicuramente in cielo perché ha condotto una vita di oblazione alla Chiesa, di “bona fide” e, talora, anche con una punta di “pazzia”.

Un altro pastore l’ho incontrato nel monastero agostiniano a Cascia. Gli avevo confessato i miei “peccati vaticani” e, dopo l’assoluzione, il prelato mi invitò al monastero per un caffè. Una volta lì mi raccontò il suo calvario, una storia tragica che più tragica non poteva essere. Era stato sollevato dal suo incarico di Vescovo della Diocesi di Orvieto-Todi dal Papa tedesco, ma personalmente non sono del tutto certo che Papa Benedetto XVI sia stato informato correttamente sulle vere circostanze. L’operoso uomo di Chiesa non mi raccontò molto, ma visto che nelle librerie vi era una pubblicazione sulle sue vicende, trovai sufficiente materiale sul passo drastico intrapreso dal Vaticano. Giovanni Scanavino era una pastore vicino al popolo e nella sua Diocesi godeva di ottima fama, fino al maledetto giorno in cui il suo segretario particolare si suicidò gettandosi da una rupe. La storia è estremamente tragica e mostra che la burocrazia ecclesiastica spesso prevale sulla ragione umana e può risultare “micidiale” poiché fredda e insensibile. Mons. Scanavino che attualmente espleta la sua attività di guida spirituale in Toscana, aveva accolto il giovane nel suo team poiché -in quanto Vescovo - aveva facoltà di scegliersi il segretario e aveva intravisto in quel ragazzo una profonda vocazione ecclesiastica. Il seminarista invero aveva alle sue spalle due dinieghi al sacerdozio e secondo il diritto canonico non poteva più prendere i voti. Il Vescovo era di tutt’altra opinione e aveva nominato il giovane suo segretario vescovile per protesta. Un giorno il Vescovo di Orvieto-Todi (un tempo residenza papale) fu convocato a Roma per pronunciarsi sulla sua insubordinazione, avendo egli stesso previsto l’ordinazione sacerdotale del suo protetto. Qui l’energico Vescovo compì un grave errore. Quando fu chiamato nella Nunziatura a Roma (un’istituzione alquanto singolare per la nomina dei candidati all’ufficio sacerdotale), portò con sé il suo segretario senza dire al Nunzio che si trattava proprio del soggetto su cui verteva la questione. Il Vescovo illustrò all’Arcivescovo le ragioni per le quali insisteva sull’ordinazione sacerdotale del diacono. Poi il Vaticano apprese che il prelato – a insaputa della sede centrale – aveva fatto partecipare l’interessato alla riunione e il giorno successivo al fax dell’Ufficio Episcopale giunse la decisione definitiva che decretava che il segretario del Pastore della Diocesi di Orvieto non poteva essere ammesso all’ordinazione sacerdotale. Il segretario fu il primo a leggere il fax e nella sua disperazione decise di morire gettandosi dalla rupe alle spalle di Orvieto. Il caso divenne di dominio pubblico e suscitò la rabbia della pubblica opinione, rabbia non indirizzata al Vescovo, peraltro benvoluto, bensì nei confronti dell’intransigenza del Vaticano che in nessun altro Paese al mondo avrebbe osato interferire nella sfera decisionale propria di un Vescovo. Ma l’Italia e il Vaticano sono interconnessi a livello organizzativo in modo diverso rispetto al resto del mondo. Peccato per una vita di valore inestimabile, caduta vittima dei meccanismi burocratici anziché godere del giusto trattamento da parte di chi era preposto a decidere.

Ma vorrei esporre un ultimo caso, che mi ha colpito nel profondo e che ho vissuto personalmente da vicino. Essa mi dimostra che Dio pone mano in ogni vocazione e che anche il Vaticano sa agire in maniera umana e – infine - che l’amore di Dio e l’amore umano possono coincidere. Un giorno feci visita ad un amico a Berna e andammo insieme alla messa della domenica. Era uno giorno speciale perché il Vescovo della grande Diocesi era lì in visita e la cosa particolare era che il Vescovo Hansjörg Vogel era stato sacerdote in quella comunità. Io non avevo mai incontrato quel Pastore, ma sapevo che era molto amato dalle sue pecorelle spirituali e che godeva di una buona fama in seno alla Conferenza Episcopale. Forse un po’ ostentatamente dissi al Vescovo Vogel che io, da “vaticanista di esperienza”, sarei stato lieto di offrirgli i miei servigi ove avesse mai avuto un qualche problema con Roma. Il prelato declinò con grande cordialità la mia offerta. Di lì a pochi mesi fui contattato dal corrispondente dell’importante testata svizzera BLICK a Roma che mi disse seccamente: “Prendi una sedia e mettiti seduto. Il tuo Vescovo sta per avere un figlio”. In effetti il Vescovo Hansjörg Vogel aveva ammesso pubblicamente il legame con una donna che aspettava un bambino da lui. Il coraggio di quel Pastore mi colpisce ancor oggi e questa ammissione palese e manifesta deve aver predisposto positivamente anche i vertici del Vaticano. In men che non si dica gli ostacoli tecnici furono superati e il Vescovo Vogel divenne il signor Vogel, padre di una femminuccia sana, uomo che da allora si occupa dei problemi sociali della sua città che gli ha dato un’occupazione di rilievo e responsabilità nell’amministrazione municipale. A Roma questa dispensa è stata approvata da quasi tutte le gerarchie e mai la laicizzazione di un Vescovo è andata così liscia come in quel caso in Svizzera. “Ecclesia semper reformanda” si suol dire: la massima ha trovato concretizzazione in questo esempio positivo. C’è da sperare che Roma e il suo attuale vivace Vescovo continuino su questa strada.

Ciò detto, porgo i miei più affettuosi saluti da Siracusa,

Manfred Ferrari

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